Sardegna, estate 2025.
Un viaggio per sostenere un colloquio in una nota azienda casearia. Uno zaino con un cambio per l’appuntamento e un libro di Dostoevskij “Memorie dal sottosuolo”, con quella frase: «Io sono solo e loro invece sono tutti».
Letta su una spiaggia deserta della costa occidentale della Sardegna, quella frase lascia ancora dei segni.
L’isola, di per sé, porta a pensare alla solitudine.
Così, dopo il colloquio, torno a Cagliari e vado a trovare un altro solitario, in solitudine: Rombo di Tuono, Gigi Riva, al cimitero di Bonaria.
Arrivo poco prima della chiusura. L’anziano custode capisce subito che sono un turista e mi domanda:
«Per Gigi?».
Io accenno un sorriso colpevole.
«Dai, mezz’ora e poi chiudo».
Perché mezz’ora? Lì, in quel momento, mi sembrò tanto.
Poi, una volta arrivato davanti alla lapide, capisco che quello è il tempo minimo per stare lì. Quel luogo ti obbliga a pensare a ciò che è stato e a ciò che Riva ha lasciato a quest’isola e a questo mondo.
Di Riva calciatore avevo già sentito parlare da mio nonno, che lo amava. Del Riva uomo, invece, non sapevo granché.
Già la decisione di rimanere per tutta la vita in Sardegna delinea, almeno in parte, il tipo di uomo che doveva essere. Tuttavia l’episodio che mi ha fatto capire perché sono rimasto per mezz’ora immobile a contemplare quel loculo pieno di sciarpe e di fiori è accaduto durante i festeggiamenti per la vittoria dei Mondiali del 2006.
Sul pullman che portava gli Azzurri in trionfo verso la capitale erano saliti alcuni politici e dirigenti che, prima della spedizione in Germania, avevano criticato duramente la squadra. Dopo lo scandalo di Calciopoli, sostenevano che sarebbe stato meglio per quei giocatori restare su qualche spiaggia invece di indossare la maglia azzurra.
Riva, allora team manager della Nazionale, vedendo quelle stesse figure salire sul pullman per brindare alla conquista della quarta stella e notando che nessuno dicesse nulla sulla loro presenza, non resistette.
Chiese all’autista di fermarsi, prese il suo trolley e scese dal pullman, abbandonando i festeggiamenti.
Non poteva accettare, in nome del quieto vivere, la presenza di persone che avevano maledetto la Nazionale pochi mesi prima e che ora salivano sul carro del vincitore con una serenità serafica.
Ecco il tema della puntata di Umami il quieto vivere.
Quante volte abbiamo sentito pronunciare queste due parole, apparentemente così rassicuranti? Quante volte abbiamo accettato situazioni per quieto vivere, per non recare dolore e per evitare conflitti?
Penso che ognuno di noi abbia molti esempi, più o meno importanti. Non mi riferisco alla scelta, con il gruppo di amici, tra sushi e pizzeria: in quel caso possiamo accettare di buon grado la decisione finale, anche se in fondo siamo contrari.
Ma nelle situazioni in cui sono in gioco sentimenti, rapporti, lavoro, futuro e affetti, fino a che punto può spingersi il quieto vivere?
“Finché stanno bene gli altri, sto bene anch’io?”
“L’importante è che alla fine del mese arrivi il bonifico?”
Quando si supera la cortina che separa la serenità dalla passività estrema?
Possiamo farci molte domande sul modo in cui comportarci. Di certo c’è solo una cosa: alla fine, è sempre una questione di scelta.
La vita è fatta di scelte. Noi siamo il frutto delle nostre scelte.
E scegliere il quieto vivere, secondo me, finisce per cozzare con il vivere stesso. “Scegli la vita”, diceva un certo folle Mark Renton.
La vita, salvo diverse credenze orientali, è una sola. Perché dovremmo mettere subito i remi in barca e sperare di arenarci su un’isola, magari dotata di Wi-Fi?
Perchè no?
Affrontare la tempesta, le difficoltà degli scontri e dei litigi forse ci renderà più soli, più inquieti e più duri, ma ci renderà anche più vivi, consapevoli delle nostre debolezze e capaci di affrontarle con le nostre virtù.
Mentre appuntavo la scaletta per questo pezzo, la vita mi ha offerto un’occasione concreta di scelta: andare allo scontro o assecondare il quieto vivere.
A quanto pare, qualcuno voleva che aggiungessi la ciliegina sulla torta a questo testo.
Io, in quella situazione sgradevole, ho scelto di vivere e di andare allo scontro. Sapevo che mi sarei ferito, ma sapevo anche che, una volta uscito da solo dalla tempesta, mi sarei riconosciuto davanti allo specchio con cui ogni mattina e ogni notte scambio due parole.
Avrei preso il mio trolley di cicatrici e di esperienze e sarei ripartito verso un nuovo giorno, nel quale avrei dovuto scegliere ancora una volta di vivere.
Da poco ho finito di leggere una serie di conferenze di Borges. Da quando scrive, Borges non sbaglia un periodo.
Questa frase è una di quelle:
«Ogni uomo si definisce per sempre in un solo istante della sua vita: il momento in cui si trova per sempre di fronte a sé stesso».
Se volete aiutarci a capire fin dove può spingersi il quieto vivere, raccontateci le vostre esperienze e inviateci le vostre mail
Al prossimo episodio di Umami
Per questo episodio vi consigliamo:
Un capitano, F. Totti, P. Condò, Rizzoli, 2018.
Sette sere, J. L. Borges, Adelphi, 2024.
Memorie dal sottosuolo, F. Dostoevskij, Einaudi, 2014.
Trainspotting, dir. D. Boyle, 1996. Film.

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